Intervista a The Niro

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Davide Combusti, in arte The Niro, lo incontriamo in una cantina-studio a Pastorano, in provincia di Caserta, insieme ai The Disappearing One con i quali sta registrando il primo singolo del nuovo album della band. Alla domanda su cosa lo ha spinto in questa torrida estate fin dentro la cantina di un gruppo che, pur essendo uno dei prodotti musicali della nostra provincia degno di nota, resta comunque sconosciuto al grande pubblico, mi sarei potuto aspettare, come risposta: “La ricerca di un pò di fresco” ahahahha! Davide, invece, con molto entusiasmo, mi ha risposto: “I  The Disappearing One li ho conosciuti suonando a Caserta, un paio di anni fa. Ci siamo subito riconosciuti come mondi musicali, come mondi sonori; oltretutto, ci siamo trovati molto simpatici ed è nata l’idea di collaborare.” La passione per la musica e la voglia di confrontarsi hanno spinto questo ragazzo a collaborare con i The  Disappearing One che, sicuramente, avranno fatto tesoro di questa esperienza. Davide Combusti è figlio d’arte: suo padre Giordano Combusti era un batterista che ha suonato con i maggiori nomi italiani del suo tempo. Grazie alla sua batteria, muove i primi passi nella musica, ma con il tempo ha studiato altri strumenti (basso e chitarra). I The Niro, inizialmente, sono il gruppo con cui prende il via la sua carriera da musicista e di cui conserva il nome dopo lo scioglimento. La svolta avviene nel 2007, quando viene notato da un manager della Universal in occasione della sua apertura di un concerto di Carmen Consoli a Londra. La suddetta etichetta lo mette subito sotto contratto, addirittura nel catalogo internazionale della casa discografica. In autunno uscirà il suo nuovo album, “1969”, ma con lui abbiamo parlato un po’ di tutto: dalla sua passione per il cinema, al futuro della discografia, fino alle sue svariate collaborazioni. Adesso sedetevi comodi con una birra ghiacciata a leggere l’intervista, altri commenti da parte nostra sarebbero superflui.

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The Niro - Intervista

1.Com’è stato vivere l’adolescenza da figlio d’arte? Quanto la batteria (il papà è stato un batterista negli anni’70, ndr.) ha influenzato la tua formazione?

Mio padre si ritirò dalle scene musicali all’età di 23 anni e quando io sono nato ne aveva 28, quindi non ci siamo mai incrociati artisticamente. Lui rimase molto deluso dalle esperienze che aveva avuto all’estero; tornato in Italia, vendette la sua batteria che ricomprò qualche anno dopo, anche se non è riuscito più a suonarla. La sua batteria è l’unica cosa che mi ha lasciato, anche se non m’ha mai voluto insegnare nulla. Ha suonato con Orietta Berti, con Edoardo Vianello, alla Rai, però, per lui, quel mondo musicale è finito nel ’73, anno in cui ha del tutto abbandonato la musica per fare l’operaio per 30 anni. Negli anni successivi, riascoltando le sue registrazioni, ho imparato ad amare il suo stile, mi sono innamorato di quel mondo, quindi sicuramente mi ha trasmesso qualcosa che mi è rimasto e, nonostante non mi abbia insegnato niente a livello pratico, mi ha lo stesso influenzato.
Poi c’è da dire che mi ha lasciato la batteria che ho iniziato a suonare a 5 anni, quindi, anche se lui non mi insegnasse niente, io comunque facevo casino… ahhaha, già solo per questo, un grazie glielo devo…

2.Hai sia partecipato che realizzato completamente delle colonne sonore per il cinema. Cosa rappresenta per te il cinema e quanto è importante la musica nel cinema?

La musica nel cinema per me è fondamentale, anche se probabilmente potrei amare anche un film senza musica, fatto solo di dialoghi o, addirittura, di silenzi. Le immagini hanno il potere di ispirarti delle musiche e la musica ha il potere di ispirarti delle immagini. Non è un caso che abbia scelto “The Niro” come nome: ho sempre amato profondamente il cinema. Durante le prime composizioni, toglievo l’audio ai film e cercavo di ricostruirci una colonna sonora alternativa, mi piaceva renderla sempre un po’ “a modo mio”. Da lì poi ho cominciato e ho sempre dichiarato che avrei sempre preferito fare colonne sonore per il cinema piuttosto che andare a suonare a Wembley, anche perchè sono sempre stato timido, sebbene l’emozione del palco sia un’altra cosa… Nel momento in cui ho cominciato a scrivere per il cinema ho trovato le mie soddisfazioni perchè io sono schiavo della mia coscienza: quello che scrivo, a livello compositivo, sono io, mentre quando scrivo per il cinema, devo contestualizzare con le immagini, quindi è quasi più leggero come lavoro. Partorire canzoni mie, che mi appartengono, prevede anche un approccio emotivo e un viaggio interiore che possono essere anche di sofferenza e di malessere; nel cinema mi sento più tranquillo, più libero.

3.Credi che per la tua carriera, il fatto di essere stato notato subito da una major abbia generato delle differenze rispetto a un ipotetico The Niro nato con un’etichetta indipendente o, addirittura, autoprodotto?

Ci sono state un paio di etichette indipendenti che mi hanno notato ed io, all’epoca, non avrei mai firmato con una major perchè pensavo che le etichette indipendenti mi avrebbero lasciato più libero a livello compositivo, mentre, invece, una major m’avrebbe cambiato artisticamente. Successe, però, che le prime etichette indipendenti con cui ebbi a che fare mi dissero subito che avrei dovuto cantare in italiano, che avrei dovuto mutare un po’ il sound e cose simili per cui preferii lasciare stare. Così, decisi di firmare con la prima etichetta che mi avrebbe lasciato completamente libero, anche se fosse stata una major. Poi mi capitò di fare un concerto a Londra con Carmen Consoli e la Universal inglese segnalò subito il mio nome alla Universal italiana che mi chiese di cantare in italiano, mentre l’etichetta inglese decise di prendermi così, senza cambiare niente. L’importante è essere liberi.

4.Dopo l’estate uscirà l’album nuovo: “1969” che vedrà dei cambiamenti, tra cui, quello più evidente, è quello di cantare in italiano. Come è maturata questa scelta? A livello di struttura compositiva è cambiato qualcosa, per esempio hai concepito i pezzi in inglese adattandoli poi in italiano o sono nati direttamente così?

Io scrivo sempre prima in inglese, anche se ci sono un paio di brani che sono nati direttamente in italiano. Ormai sono nella fase in cui non avverto più differenza tra l’italiano e l’inglese. Il motivo che mi ha spinto a scrivere in italiano è molto semplice: sentivo la necessità di fare un disco che potesse essere ascoltato in Italia in modo diretto. Ho pensato: “è il terzo disco: perchè non farlo?”; all’inizio l’ho presa come una sfida, poi mi ha appassionato talmente tanto che io, ancora adesso che sto mixando i pezzi, mi sveglio in piena notte solo per cambiare una parola che può dare una sfumatura in più a un testo che magari è già convincente. È diverso: mentre con l’inglese ho sempre scritto di getto, l’italiano è talmente difficile da collocare che, per esempio, potrei scrivere un testo in italiano ogni 20 testi in inglese. Nonostante ciò, è una difficoltà che mi affascina, anzi, in questo momento mi affascina molto più dell’inglese.

5.Cosa pensi delle recenti dichiarazioni di Giovanni Allevi su Beethoven? (Ospite dell’ultima edizione del Giffoni Film Festival, Allevi sentenzia: “A Beethoven manca il ritmo, quello lo possiede Jovanotti” , scatenando le reazioni più disparate. Ndr.)

L’ho dichiarato su Facebook: Se Beethoven non ha ritmo, Mozart non ha le palle (di Mozart) e Bach non ha i fiori (di Bach)… ahahhaha ! Probabilmente è stata un’iperbole, una di quelle cose per cui sei volutamente sopra le righe e magari lo sei veramente. Ha fatto dei paragoni assurdi, è una stronzata!

6.Tempo fa partecipasti al Woodstock 5 Stelle, come mai quella scelta e cosa pensi del movimento di Grillo?

Il movimento si muoveva per dei temi, ad esempio la liberalizzazione dell’acqua, vietare il Parlamento ai condannati, c’erano diversi macro temi che, all’epoca, portavano avanti una sorta di referendum. Quasi tutti noi musicisti, anche quelli indipendenti, abbiamo aderito a questa cosa, perchè all’inizio non era un movimento politico che si prefiggeva di entrare in politica e comunque, qualora lo fosse stato, nessuno si sarebbe aspettato l’exploit che ha avuto. Inizialmente, m’è sembrato molto interessante nelle intenzioni e poi ha sparigliato le carte, ha costretto tanti partiti a prendersi le proprie responsabilità pur di non sparire, però la politica è un’altra cosa, la politica fatta bene forse è un’altra cosa ancora. In ogni caso, alla base c’è l’onestà, persone oneste che magari vogliono imparare e crescere a livello politico possono essere una buona risorsa in un momento in cui lo stato mi sembra abbastanza compromesso.

7.Sei un musicista aperto alle collaborazioni, non sei uno di quelli che sta perennemente chiuso in studio per creare. Il fatto di confrontarti con altri musicisti fa parte del tuo studio sulla musica, è un esigenza creativa o cosa altro?

In realtà, non sono mai stato solito collaborare, più che altro mi ci sono ritrovato perchè mi veniva richiesto e diverse volte ho rifiutato perchè non mi sembrava adatto il contesto, ad esempio, mi sono stati richiesti dei brani legati a situazioni di talent show. Adesso ho scritto un pezzo con Michele Braga per Nathalie che ha vinto X Factor nel 2010, una cantautrice con cui suono da dieci anni. Lei è l’unica che è uscita da lì con un background musicale alle spalle, per cui la considero una sorta di anomalia, ma, in generale, chi prende quelle scorciatoie non m’ha mai entusiasmato. Ultimamente mi sono buttato sulla produzione: sto producendo un cantautore canadese, un ragazzo di Roma e un’altra cantautrice di Saronno. Nei momenti in cui non sto registrando il disco o non sto facendo cose per il cinema, registro cose che ho trovato in giro e che ho reputato interessanti. In questo senso mi viene più da dare qualcosa, mi stimola, è un po’ come l’aver appreso negli anni qualcosa e voler continuare non in base a conoscenze, ma in base a quello che ho ascoltato e m’ha stupito.

8.In base alla tua esperienza, cosa pensi delle Licenze Creative Commons, della SIAE, quali consigli e quali speranze dai a musicisti e a gruppi emergenti? Qual’è, secondo te, il futuro della musica, del mercato discografico?

Sicuramente la musica avrà un futuro perchè non si può vivere senza, è una parte della nostra vita. Puoi anche stare una settimana senza ascoltare musica, però, prima o poi ti manca; in realtà non è un lusso, ma una necessità, quindi non credo che la musica possa morire. Ti dico: il cd, da quando è uscito, non l’ho mai trovato entusiasmante, quindi la pennetta o l’mp3 ancora meno; magari la musica si continuerà a sviluppare con i live, forse il cd non lo vorrà più nessuno e fra dieci anni potrebbe anche non esser più prodotto. Per la SIAE i dieci più grandi contribuenti a livello di entrate sono i grandi soci che si spartiscono tutto: se qualcuno scrive male qualcosa, se qualcosa è scritta in maniera irregolare, tutti quei soldi che dovrebbero andare ai titolari di quelle canzoni, magari vengono divisi tra quei dieci, quindi questo non funziona. Le Creative Commons, però, mi suscitano delle perplessità perchè nel momento in cui tu cedi delle licenze, allora io che voglio la tua musica, ti chiedo di darmela gratis perchè tu hai Creative Commons e so che mi puoi dare tutto gratis. Comunque il futuro può essere tornare all’aratro, ahahahah !!!

9.Sei riuscito a capire come funziona Spotify? Alcuni artisti, soprattutto quelli emergenti non hanno ancora capito se ci guadagnano o no.

Spotify funziona in base alle pubblicità, ma gli emergenti non ci guadagnano niente, tant’è che anche Thom Yorke recentemente ha tolto un paio di album degli Atom for Peace per protesta perchè il guadagno degli emergenti è talmente basso che li scoraggia dal mettere i propri album lì. Io non sono favorevolissimo a questa cosa, nonostante come idea sia interessante perchè puoi scoprire tutta la musica e approfodire, però, a quel punto, perchè comprarsela?

Intervista a cura della Redazione di DemonCleanerZine

Fabio Giobbe dei The Disappearing One

1.Fabio, parlaci del vostro nuovo album e della vostra collaborzione con The Niro

Stiamo registrando il disco nuovo, parte nella sala in cui questa sera siamo con Davide (The Niro, ndr.), parte a Monte di Procida al PROWAVE STUDIO  di Davide Iannuzzi, che è un fonico di fiducia, ci fidiamo di lui e lì abbiamo registrato le parti principali della batteria, le voci principali, gli archi, probabilmente torneremo a fare i fiati, farà lui tutto il missaggio e alla fine faremo il mastering con Steve Fallone dello sterling di New York Stiamo autoproducendo questo disco per poi cercare un’etichetta. L’idea di fare una collaborazione con Davide, a cui abbiamo aperto dei concerti qui a Caserta, con cui ci siamo trovati bene e che già seguivamo come artista anche prima di conoscerci, è venuta naturale. Davide è stato disponibilissimo: gli facemmo sentire le demo dei pezzi nuovi e lui ha scelto il pezzo per cui gli avrebbe fatto piacere cantare, quindi la collaborazione è nata con uno spirito di collaborazione e di voglia di farlo in maniera spassionata. È chiaro che per noi potrebbe essere un modo per arrivare a più persone, cosa che ci farebbe piacere perchè vorrebbe dire, forse, farci suonare un po’ di più. Ovviamente non stiamo usando Davide, ma stiamo collaborando con Davide, non è fatto con quello scopo, però non ci nascondiamo dietro al dito, speriamo che potrà portarci qualche concerto in più.